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Produciamo liquori artigianali, così come da tradizione, tramandata di generazione in generazione, dalla famiglia Beneduce.
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AMARO DON PASQUALE
Copyright © 2022 Il Beneduce














Don Pasquale e don Alfredo potrebbero evocare personaggi di libretti d’opera di Gaetano Donizetti.
Furono, invece, i protagonisti di una singolare avventura, uno strano caso – qui brevemente riassunto – tratto da carte ingiallite e gelosamente custodite fino al loro passaggio dalla vita profana a quella spirituale.
Inizi anni Ottanta, marzo. Reduci da un’allegra serata di baldoria, i due amici decidono di concludere la giornata con un assaggio della nuova produzione liquoristica della distilleria di don Alfredo. C’era – certo – qualcosa da festeggiare, ma l’atmosfera non era delle migliori. L’imbrunire aveva lasciato repentinamente posto al buio, reso più tetro e pesto da un freddo straordinario, una subitanea foschia e un’improvvisa interruzione di corrente elettrica. Pur muovendosi nella semioscurità, non fu difficile raggiungere la porta dell’opificio: i luoghi erano ben conosciuti e il sottile odore di alcol misto a spezie e frutta macerata costituiva un gradevole supporto all’orientamento.
Un gemito di dolore attirò l’attenzione di don Pasquale e don Alfredo: un uomo malconcio e sanguinante emerse dalla bruma. Il suo aspetto, alquanto singolare, enigmatico e impalpabile, non incuteva timore, ma rispetto: l’ampia e lunga chioma canuta raccolta all’indietro incorniciava un volto pallido, con zigomi alti e labbra sottili. Gli occhi cerulei e guizzanti sembravano lanciare messaggi inquietanti e indagatori. Una pesante giubba di velluto verde olivastro copriva un lussuoso panciotto bordato di pizzo e serrato da una lunga fila di bottoni da cui emergeva ciò che un tempo era stata una candida camicia. Il pantalone al ginocchio di pelle scamosciata, il bastone da passeggio e l’elegante piersiówka cesellata lasciavano presupporre una mise da cacciatore.
Farfugliato con una certa enfasi mista ad affanno «Io sono…», lo sconosciuto fu prontamente interrotto dai due amici che, con la consueta generosità e ponderate condizioni e circostanze, lo invitarono a varcate la porta del laboratorio: qui avrebbe avuto modo di presentarsi, essere accudito e, eventualmente, divenire compagno di laute bevute.
Una candela restò accesa per molte ore nella notte. L’ignoto ospite si dichiarò: «Sangermano, conte di Sangermano». Nulla volle aggiungere sulle cause del suo miserevole stato, limitandosi a porre una condizione alla sua partecipazione alle annunciate, allegre libagioni: che esse si concludessero con l’assaggio del misterioso e prezioso elisir contenuto nella sua fiaschetta, protetta da un carapace d’argento su cui erano incisi strani simboli.
Ripulite pertanto con alcol puro le escoriazioni del nobile e inatteso convitato, il brioso triumvirato decise di dar seguito a copiose bicchierate, accompagnate da aromatici cigarillos che, con eleganza, il conte trasse da un antico astuccio d’oro, dal cui elaborato cesello emergeva la vistosa iniziale S e uno stemma di capro. Umettati con un goccio del suo prezioso distillato, i sigari furono accesi alla fiamma di quell’unica candela che illuminava l’ambiente, ben presto saturo di fumo misto ai miasmi delle esalazioni alcoliche dei distillati in lavorazione.
Bevvero forte e a lungo, seguendo un ordine crescente di gradazione: l’ultimo, copioso brindisi fu riservato al liquore cordiale promesso. Assaggiata la misteriosa pozione catramosa e amara, don Pasquale e don Alfredo ebbero l’immediata sensazione di abitare un sogno e – per quanto stanchi – si sentivano tonici e felici.
Dal sonno profondo in cui erano sprofondati i due amici si risvegliarono – completamente intontiti – nella tarda mattinata del giorno seguente. Nessuna traccia del conte di Sangermano. Unici indizi della sua misteriosa presenza gli undici dei trentatré bicchieri da shot utilizzati dal gentiluomo e un brandello di carta vergata a mano contenente gli arcani e segreti ingredienti dell’onirica e diabolica bevanda che tu, lettore beone, ti accingi a sorseggiare.